La buona battaglia

Lui è l’ateo, veste alla moda, frequenta le discoteche e non si capisce bene cosa ci faccia, in una comunità religiosa. Lei è la brava ragazza di chiesa, tutta studio, casa e tranquillità. Ma i ruoli non sono quelli di un copione: la storia d’amore di Luigi e Susanna è una storia vera. C’è l’innamoramento, poi il fidanzamento, infine il matrimonio e la nascita di due bambine. Con tutte le difficoltà e le gioie che tali momenti comportano. E vera è anche la malattia di Luigi: un meningioma al cervello che, nonostante i numerosi interventi e le terapie, si ripresenta puntualmente. In questo libro si ride tanto e si piange tanto, ci avvisa la prefazione. E solo a poco a poco ci accorgiamo che i ruoli che credevamo di conoscere stanno cambiando: è Luigi l’ateo, mentre il suo corpo lentamente si spegne, a capire che la sofferenza ha un senso quando è offerta, mentre sua moglie Susanna, brava ragazza di chiesa, scoprirà una fede molto diversa da quella che ha sempre dato per scontata.

 

Dalla prefazione di don Fabio Rosini

A quanto ho capito una prefazione dovrebbe servire a mettere la voglia di leggere il libro che introduce.

Beh, quello che posso dire è che questo è un libro che mi ha fatto piangere a dirotto, e che nello stesso tempo mi ha fatto sganasciare dalle risate. Perché ho riso tanto il lettore lo capirà semplicemente iniziando a leggere; perché ho pianto tanto lo capirà se lo leggerà tutto.

A livello personale, questo testo mi ha riportato dentro un universo di persone profondamente care, straordinarie, che hanno cambiato l’ordine degli amminoacidi del mio DNA, quel tipo di cose per cui si passa dall’essere una scimmia o uno scarafaggio ad essere un pover’uomo. O dall’essere un pover’uomo ad essere un figlio di Dio. Fra queste persone, insieme ad altri, c’è Carlo Striano e c’è l’eroe del libro, Luigi Firenze.

Ricordo il mio primo incontro con Luigi in modo microscopico: l’ora, il luogo, il mio viaggio di andata e il mio viaggio di ritorno, come eravamo seduti, lo sguardo di Luigi, la prima volta in cui sentii la sua calata un po’ fra il cadenzato, l’ironico e il tristanzuolo ligure – talvolta i liguri hanno un tono con le ultime sillabe della frase sempre in calare che li fa sembrare depressi, ma non è vero: sono depressi solo quando sono depressi; il problema è che quando sono allegri parlano da depressi.

Mi ricordo come era seduto, come mi raccontò di sé, come mi guardava. Ricordo anche che il giorno dopo parlai di lui a 400 giovani, avendogliene chiesto il permesso. Lo ricordo come fosse ora. Perché la scoperta che si fa in questo libro è che i discorsi strani sul tempo e sul suo essere creatura di Dio, che faceva quel Carlo di cui sopra, sono veri.

Erano vere un botto di cose che diceva Carlo. Diamine, mi commuovo anche ora. E Luigi per fortuna le ha credute.

Mannaggia, quanto mi manca Carlo. Uffa. Ci sono dolori che uno non deve mollare, e non deve lenire. Beati gli afflitti perché saranno consolati.

Mi mancano le telefonate di Luigi.

Mi manca quella frase che ho sentito solo sulla sua bocca: “Fabio, ho un attacco di Getsemani” – così lui chiamava quella che tutti credevano fosse depressione, aggravata dalla cadenza ligure, e che era tutta un’altra cosa. Era il suo segreto.

Questo libro svela il suo segreto, un segreto assolutamente grandioso, che sta diventando rilevante per molti. Perché Susanna saprà solo attraverso questa introduzione che questo libro io lo faccio leggere quasi per obbligo a coloro che conduco alla fede cristiana, quando spiego come è fatto l’uomo secondo la Bibbia. Nientemeno.

L’uomo è la complicata scatola di una parola. La sua vera sfida è tenere nel luogo più recondito di sé una parola. E scacciarne un’altra.

La prima parola è una verità che è insieme universale, assoluta, ma anche particolare, specifica, personale, peculiare. L’altra parola è una frottola, talvolta dolciastra e talvolta disperata, che sembra essere più azzeccata. La prima parola è lineare, pasquale, va oltre, costruisce. L’altra è un ellissi a due fuochi e gravita attorno a due assolutizzazioni, la nostra miseria e la nostra grandezza. La prima parola sa unire i due fuochi relativizzando uno con l’altro, l’altra li assolutizza separati, lanciandoci o nella devastazione delle relazioni che è la superbia, o nell’annullamento della vita che è la disperazione. La prima parola ci fa andare avanti verso il cielo, l’altra ci incastra in un giro ripetitivo ellittico fra quei due fuochi.

La prima parola è un dono di Dio, la riceviamo come la riceviamo. L’altra è una trappola del nemico dell’umana natura, come lo chiama S. Ignazio, e funge spesso da nervatura di un “io” infantile, immaturo, che è inutile cercare di aggiustare. Si chiama uomo vecchio. La prima parola è la sorgente dell’uomo nuovo.

Penso di aver raccontato la storia di Luigi una quantità notevole di volte, ma tanti particolari non li sapevo. Il nocciolo è però sempre lo stesso, ed è appunto il motivo per cui io il giorno dopo averlo incontrato, come ho già ricordato, dissi alcune cose di lui a 400 giovani. La sfida che quel giorno affrontai con lui, è la stessa che ora devo sostenere con molte centinaia di ventenni, di nuovo, ogni anno: spiegare loro quanto sono importanti. Fargli capire cosa pensa Dio di loro.

È come se mi trovassi ogni volta di fronte a Luigi. Ossia di fronte ad un capolavoro che deve scoprire la propria bellezza.

Alcuni faticano tanto a crederla.

Non hanno avuto padri che hanno dato loro fiducia, perché la mia generazione è stata troppo impicciata a sbrogliare se stessa per capire che c’erano questi cuccioli ad aspettare un cenno di incoraggiamento.

Questi miseri stanno lì, novelli poveri Lazzari alla porta di adulti narcisisti, aspettando qualcuno che proponga loro qualcosa, che investa su di loro, cosicché imparino a pensare in grande. La qual cosa non significa voler conquistare il mondo ma essere grandi, più grandi di questo mondo. Colui per mezzo del quale ed in vista del quale è stato creato tutto intero il mondo, ha pensato di morire per loro… Bisogna insegnare a questi piccolini quanto sono grandi. Quel Carlo Striano di cui sopra lo ha fatto con me, lo ha insegnato a me, da ventenne.

Ancora, va rimarcato che Susanna in questo libro dischiude in modo splendido l’universo recondito del fidanzamento e dei primi anni del matrimonio. La loro storia è, nella sua peculiarità, una luce bella, allegra e sapiente su quella cosa che si chiama “vocazione al matrimonio”.

Un’ultima cosa che devo dire è che Susanna scrive in un modo assolutamente strepitoso.

Provare per credere.

Ah! Dimenticavo: ci metterete tutto il libro a capire, insieme a Susanna, che Luigi parlava con la cadenza di fine frase in calare da depresso solo perché era ligure.

Altro che depresso…