Finché c’è qualcuno da amare

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Sara ama il passato. Lo ama pazzamente, come ha amato Luca; ed è per far rivivere il loro passato insieme che scrive un libro su di lui. Perché le loro figlie Sofia e Beatrice, che lo hanno perso troppo presto, possano in qualche modo ritrovarlo. E perché lei possa continuare a vivere nel suo ricordo. Perché Sara non vuole assolutamente “rifarsi una vita”, come le dicono le persone intorno a lei. Perché lo sa: non amerà mai più nessuno dopo Luca.
Davide pensa che il passato è passato, non ritorna comunque; e se è stato un passato triste, come nel suo caso, è molto meglio che non ritorni. Lui dai ricordi preferisce scappare, è da un sacco di tempo che lo fa.
Per molto tempo, le vite di Sara e Davide corrono su due binari diversi. Sono due persone ferite, che hanno paura di tornare a vivere. Solo incontrandosi capiranno di poter andare oltre le loro paure.
Perché vale la pena vivere. Finché c’è qualcuno da amare.

La storia vera di due persone destinate a incontrarsi.

 

Dalla prefazione di Beatrice Fazi

Di solito le prefazioni non le leggo.
Appena riesco a sedermi e a stringere il mio nuovo libro tra le mani vado subito al sodo. Alla storia.
Magari dopo, dopo qualche capitolo, torno indietro. Soprattutto se la storia mi piace. Per ritardarne la fine o perché, chi quella storia l’ha già letta per poi poterne scrivere la prefazione, mi sveli qualcosa in più ma non troppo: qualche particolare sull’autore, per esempio. Indiscrezioni, indizi, aneddoti sulla loro amicizia.
Spesso chi scrive la prefazione è amico dell’autore e, in qualche modo, spero che mi confermi che le mie aspettative non saranno deluse, che non mi troverò di fronte a un finale banale, che la tensione continuerà a tenermi incollata alle righe, che il sogno continuerà anche dopo la parola “fine” perché i protagonisti mi invaderanno i pensieri e quelle pagine mi lasceranno un segno, ricordi, emozioni, risate, lacrime, come se quella storia non la stessi solo leggendo ma la sua trama stesse intrecciandosi per sempre con la mia stessa vita, facendomi sentire i personaggi compagni di strada.
Figuriamoci quanto più questo accada quando so che una storia è stata tratta dalla vita vera!
E questo libro, anche se i nomi veri sono stati cambiati, racconta di una vita talmente bella, talmente ed incredibilmente assurda, da sembrare un bellissimo e avvincente ma inventato romanzo.
Avevo letto il primo libro di Susanna Bo. E “questo mi sarebbe bastato”!
Una storia così potente, così disperatamente piena d’Amore, quello con la A maiuscola, da essere diventata una leggenda grazie a chi, avendo avuto modo di leggerne la primissima edizione, esaurite le stampe, fomentava un passaparola forsennato e ne spacciava copie introvabili corredate da pacchi di Kleenex.
Io stessa, dopo averlo inutilmente cercato perfino negli store online, lo chiesi in prestito a un’amica che pretese giurassi su quanto di più caro avevo che l’avrei reso non appena l’avessi terminato.
Poi, finalmente, con la nuova edizione S. Paolo, assecondai la brama di possederne più copie con una, una reliquia per me, autografata dalla stessa autrice, di cui oggi mi vanto di essere amica.
Dopo aver letto “La buona battaglia” e quanto in esso Susanna aveva raccontato, nessuno avrebbe mai pensato di potersi stupire ancora per quell’ordito che, con immensa fantasia, Dio stava intessendo per lei, e per le sue bambine, dopo la morte di Luigi. Un ricamo iniziato da tempo, un intreccio di fili invisibili che già dalle prime pagine di questo nuovo libro si intravede ma che solo oggi, a posteriori, ci è dato di contemplare per bene. Una meravigliosa Storia d’Amore. Di nuovo! Di nuovo Amore con la A maiuscola e nella vita della stessa donna. Figlia prediletta!!!
La frase più bella di questo libro, secondo me, è la dichiarazione che ogni Donna vorrebbe sentirsi fare dal proprio Uomo: “Non ho mai creduto in niente, per davvero. Forse neanche in quel Gesù che ho sempre pregato, fin da quando ero bambino. Ma c’è qualcosa che oggi mi fa sperare in Lui; e mi fa credere che la mia vita sia sempre stata amata e preziosa ai suoi occhi. Questo qualcosa è esserci incontrati. Penso che tutto quello che mi è successo, che ci è successo nella vita, fino ad oggi, sia servito per arrivare a conoscerci. Per arrivare a stare insieme. Ad amarci, a sposarci, a fare un figlio, o due, o dieci… tu ed io, Sara. Tu ed io …”
Ecco: quell’Amore che dona un senso alla nostra vita, quello che muove il mondo, che ti sconvolge i piani, che tutti, tutti, da sempre cerchiamo, esiste! E in questo libro se ne parla.
Non solo Susanna ce lo descrive. Ci svela quale ne sia la Fonte, dove poterne attingere: c’è una triangolazione da fare, c’è da buttarsi aggrappati a una Roccia, senza paura. C’è da giocarsi il tutto per tutto. Per avere Tutto. Anche se “ci sarebbe bastato meno di così”.
In questo libro mi sono immersa subito con grandi aspettative e vi assicuro che non sono stata delusa. Ma mai avrei creduto di poter stare incollata alle pagine dall’inizio alla fine senza riuscire quasi a respirare, senza riuscire a smettere di dubitare che tutto ciò che leggevo fosse vero, che tutto ciò che era descritto fosse davvero accaduto. Altro che film! La realtà, qui, supera abbondantemente qualunque fantasia!
Susanna ci dice che vale la pena di vivere “finché c’è qualcuno da amare”. Io chiudo dicendo che vale la pena di leggere finché qualcuno scriverà libri come questo.
Buona lettura!

La buona battaglia

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Lui è l’ateo, veste alla moda, frequenta le discoteche e non si capisce bene cosa ci faccia, in una comunità religiosa. Lei è la brava ragazza di chiesa, tutta studio, casa e tranquillità. Ma i ruoli non sono quelli di un copione: la storia d’amore di Luigi e Susanna è una storia vera. C’è l’innamoramento, poi il fidanzamento, infine il matrimonio e la nascita di due bambine. Con tutte le difficoltà e le gioie che tali momenti comportano. E vera è anche la malattia di Luigi: un meningioma al cervello che, nonostante i numerosi interventi e le terapie, si ripresenta puntualmente. In questo libro si ride tanto e si piange tanto, ci avvisa la prefazione. E solo a poco a poco ci accorgiamo che i ruoli che credevamo di conoscere stanno cambiando: è Luigi l’ateo, mentre il suo corpo lentamente si spegne, a capire che la sofferenza ha un senso quando è offerta, mentre sua moglie Susanna, brava ragazza di chiesa, scoprirà una fede molto diversa da quella che ha sempre dato per scontata.

 

Dalla prefazione di don Fabio Rosini

A quanto ho capito una prefazione dovrebbe servire a mettere la voglia di leggere il libro che introduce.

Beh, quello che posso dire è che questo è un libro che mi ha fatto piangere a dirotto, e che nello stesso tempo mi ha fatto sganasciare dalle risate. Perché ho riso tanto il lettore lo capirà semplicemente iniziando a leggere; perché ho pianto tanto lo capirà se lo leggerà tutto.

A livello personale, questo testo mi ha riportato dentro un universo di persone profondamente care, straordinarie, che hanno cambiato l’ordine degli amminoacidi del mio DNA, quel tipo di cose per cui si passa dall’essere una scimmia o uno scarafaggio ad essere un pover’uomo. O dall’essere un pover’uomo ad essere un figlio di Dio. Fra queste persone, insieme ad altri, c’è Carlo Striano e c’è l’eroe del libro, Luigi Firenze.

Ricordo il mio primo incontro con Luigi in modo microscopico: l’ora, il luogo, il mio viaggio di andata e il mio viaggio di ritorno, come eravamo seduti, lo sguardo di Luigi, la prima volta in cui sentii la sua calata un po’ fra il cadenzato, l’ironico e il tristanzuolo ligure – talvolta i liguri hanno un tono con le ultime sillabe della frase sempre in calare che li fa sembrare depressi, ma non è vero: sono depressi solo quando sono depressi; il problema è che quando sono allegri parlano da depressi.

Mi ricordo come era seduto, come mi raccontò di sé, come mi guardava. Ricordo anche che il giorno dopo parlai di lui a 400 giovani, avendogliene chiesto il permesso. Lo ricordo come fosse ora. Perché la scoperta che si fa in questo libro è che i discorsi strani sul tempo e sul suo essere creatura di Dio, che faceva quel Carlo di cui sopra, sono veri.

Erano vere un botto di cose che diceva Carlo. Diamine, mi commuovo anche ora. E Luigi per fortuna le ha credute.

Mannaggia, quanto mi manca Carlo. Uffa. Ci sono dolori che uno non deve mollare, e non deve lenire. Beati gli afflitti perché saranno consolati.

Mi mancano le telefonate di Luigi.

Mi manca quella frase che ho sentito solo sulla sua bocca: “Fabio, ho un attacco di Getsemani” – così lui chiamava quella che tutti credevano fosse depressione, aggravata dalla cadenza ligure, e che era tutta un’altra cosa. Era il suo segreto.

Questo libro svela il suo segreto, un segreto assolutamente grandioso, che sta diventando rilevante per molti. Perché Susanna saprà solo attraverso questa introduzione che questo libro io lo faccio leggere quasi per obbligo a coloro che conduco alla fede cristiana, quando spiego come è fatto l’uomo secondo la Bibbia. Nientemeno.

L’uomo è la complicata scatola di una parola. La sua vera sfida è tenere nel luogo più recondito di sé una parola. E scacciarne un’altra.

La prima parola è una verità che è insieme universale, assoluta, ma anche particolare, specifica, personale, peculiare. L’altra parola è una frottola, talvolta dolciastra e talvolta disperata, che sembra essere più azzeccata. La prima parola è lineare, pasquale, va oltre, costruisce. L’altra è un ellissi a due fuochi e gravita attorno a due assolutizzazioni, la nostra miseria e la nostra grandezza. La prima parola sa unire i due fuochi relativizzando uno con l’altro, l’altra li assolutizza separati, lanciandoci o nella devastazione delle relazioni che è la superbia, o nell’annullamento della vita che è la disperazione. La prima parola ci fa andare avanti verso il cielo, l’altra ci incastra in un giro ripetitivo ellittico fra quei due fuochi.

La prima parola è un dono di Dio, la riceviamo come la riceviamo. L’altra è una trappola del nemico dell’umana natura, come lo chiama S. Ignazio, e funge spesso da nervatura di un “io” infantile, immaturo, che è inutile cercare di aggiustare. Si chiama uomo vecchio. La prima parola è la sorgente dell’uomo nuovo.

Penso di aver raccontato la storia di Luigi una quantità notevole di volte, ma tanti particolari non li sapevo. Il nocciolo è però sempre lo stesso, ed è appunto il motivo per cui io il giorno dopo averlo incontrato, come ho già ricordato, dissi alcune cose di lui a 400 giovani. La sfida che quel giorno affrontai con lui, è la stessa che ora devo sostenere con molte centinaia di ventenni, di nuovo, ogni anno: spiegare loro quanto sono importanti. Fargli capire cosa pensa Dio di loro.

È come se mi trovassi ogni volta di fronte a Luigi. Ossia di fronte ad un capolavoro che deve scoprire la propria bellezza.

Alcuni faticano tanto a crederla.

Non hanno avuto padri che hanno dato loro fiducia, perché la mia generazione è stata troppo impicciata a sbrogliare se stessa per capire che c’erano questi cuccioli ad aspettare un cenno di incoraggiamento.

Questi miseri stanno lì, novelli poveri Lazzari alla porta di adulti narcisisti, aspettando qualcuno che proponga loro qualcosa, che investa su di loro, cosicché imparino a pensare in grande. La qual cosa non significa voler conquistare il mondo ma essere grandi, più grandi di questo mondo. Colui per mezzo del quale ed in vista del quale è stato creato tutto intero il mondo, ha pensato di morire per loro… Bisogna insegnare a questi piccolini quanto sono grandi. Quel Carlo Striano di cui sopra lo ha fatto con me, lo ha insegnato a me, da ventenne.

Ancora, va rimarcato che Susanna in questo libro dischiude in modo splendido l’universo recondito del fidanzamento e dei primi anni del matrimonio. La loro storia è, nella sua peculiarità, una luce bella, allegra e sapiente su quella cosa che si chiama “vocazione al matrimonio”.

Un’ultima cosa che devo dire è che Susanna scrive in un modo assolutamente strepitoso.

Provare per credere.

Ah! Dimenticavo: ci metterete tutto il libro a capire, insieme a Susanna, che Luigi parlava con la cadenza di fine frase in calare da depresso solo perché era ligure.

Altro che depresso…