DA MARZO 2016 NUOVA EDIZIONE DELLA SAN PAOLO

A partire da questo mese La buona battaglia viene pubblicato dalle edizioni San Paolo (collana Le vele). Chi l’ha letto e amato nella prima versione troverà la stessa storia e gli stessi protagonisti, ma con un finale arricchito. Si potrebbe dire che – un po’ come è successo alla sua autrice – anche questo libro sta vivendo una seconda vita. E per questa seconda vita un doveroso ringraziamento va a Michele Casella, l’editor più cattivo del mondo. Ma anche il più bravo.

Buona lettura a tutti!

Siamo in ristampa

Con mia grande sorpresa, continuo a ricevere email di persone interessate a leggere La buona battaglia, che non riescono però più a trovare neanche in rete. L’editore Chirico, a metà ottobre, mi ha detto che la nuova edizione sarebbe stata pronta di lì a un mese. Quindi più o meno dovremmo esserci.
Appena ho novità vi faccio sapere.

Grazie a tutti.

Metti una sera da Papa Francesco

Lo ammetto, io di andare alla veglia di preghiera per l’apertura del Sinodo sulla famiglia, il 4 ottobre scorso, proprio non ne avevo voglia. Sarà perché il programma, per un’ora e mezza di veglia, ne prevedeva dodici di pullman in neanche una giornata. Sarà perché la mia ultima volta in piazza San Pietro fu per la beatificazione di Wojtyla, quando, dopo una nottata di coda in via della Conciliazione, giurai a me stessa che l’unica beatificazione a cui avrei mai nuovamente partecipato sarebbe stata quella di un parente stretto. Sarà perché mollare quattro figli sotto i dieci anni prevede sempre un tantino di faccia tosta con amici e/o nonni pur molto volenterosi. E infine sarà perché, a dirla tutta, è assai difficile schiodare una pigra cronica dal proprio programmino “marmocchi a letto presto la sera e weekend sul divano.” Tant’è, succede che anche le pigre a volte si schiodano, diciamo così, si disinstallano. Soprattutto se hanno un marito che è molto legato a San Francesco (“e dai… lo sai che ci terrei tanto…”) e soprattutto se il prete che ha organizzato il pullman della diocesi è lo stesso che ha celebrato il loro matrimonio, e ha fatto combutta col marito per stanarle dal loro poltronismo…

Tutto questo preambolo per dire: sì, c’ero anch’io. E c’erano anche le due figlie più grandi, a cui avevamo taciuto che proprio quel sabato sera ci sarebbe stata Martina Stoessel come ospite a Ballando con le Stelle (a dieci anni non c’è Papa che tenga, la vera devozione si riserva solo a Violetta). Due pullman, uno dei quali ospitava il Vescovo, che ci ha ringraziati per la presenza numerosa, forse anche inaspettata. Molte coppie, bambini di tutte le età, più passeggini di quanti avrei immaginato. Un’Eucarestia celebrata nella chiesa dei Carmelitani in via della Conciliazione (credo si chiami Santa Maria del Carmelo in Transpontina), un po’ caotica per la presenza dei più piccoli, ma di sicuro partecipata. Il desiderio di avere più tempo, e non solo quella giornata scarsa, per conoscere un po’ meglio chi era lì, insieme a noi, a condividere una coda ai metal detector, magari con un lattante in braccio. E nonostante io sia una che all’entrata dei luoghi sacri metterebbe un limite di accesso alle persone sotto il metro e venti, come su certi giochi di Gardaland, devo dire che mi sono persino commossa a vedere tutti quei bambini. Perché, come ci ha ricordato il Vescovo in alcuni passaggi dell’omelia, la famiglia è il cuore. E’ il cuore della Chiesa, ma anche del mondo. E’ un cuore vivo, che pulsa, che batte a volte con fatica; che non è fatto di titanio ma di carne, e che pertanto può essere ferito, come ha ricordato la testimonianza di una delle tre coppie invitate a parlare all’inizio della veglia, prima dell’arrivo del Papa. E lo stesso Francesco lo ha ribadito poi nel suo discorso: “Dobbiamo prestare orecchio ai battiti di questo tempo e percepire l”odore’ degli uomini d’oggi, fino a restare impregnati delle loro gioie e speranze, delle loro tristezze e angosce. A quel punto sapremo proporre con credibilità la buona notizia sulla famiglia.”

Il Sinodo si è aperto e, nel momento in cui scrivo, già chiuso da qualche settimana; con buona pace di chi ha detto tutto e il contrario di tutto sulle sue conclusioni, qualche risposta definitiva (oddio, detta così sa di ultima domanda al Milionario) si saprà solo l’anno prossimo. Menomale perché se no, in ritardo come sono sempre sull’attualità (le notizie le apprendo solo quando vado dalla parrucchiera, unico momento in cui riesco a sfogliare un giornale), a questo punto dovrei informarmi su cosa, effettivamente, si sono detti i padri sinodali, perché ancora di preciso non lo so… mi sto ancora gustando la bellezza del tramonto sopra il colonnato del Bernini, che saprà di slogan turistico ma ti emoziona sempre ogni volta, che anche se sei con altre ottantamila persone sembra che qualcuno lo abbia messo lì solo per te, quel cielo viola e arancione. Come un dono dall’Alto. Come un regalo che ti sorprende e ti emoziona; a ricordarti che quello che hai, tutto quello che hai, che tu ci creda o no, anch’esso è un dono di Dio. A cominciare dalla tua famiglia.

Agli amici di Sassuolo (Santissima Consolata)

Volevo ringraziarvi per il vostro entusiasmo e la fantastica accoglienza di ieri:
mi verrebbe da dire che è stato come sentirsi a casa, ma temo che non sarebbe appropriato, considerando che:

  1. A casa mia il tempo di attenzione che mi riservano marito e figli quando parlo si calcola in centesimi di secondo, e voi siete stati ad ascoltarmi per quasi due ore.
  2. A casa mia non mangio mai servita a tavola (e nemmeno seduta, pensandoci bene).
  3. A casa mia non si mangia così bene (questa è una postilla di Gianni).

Insomma, in considerazione di tutto ciò, vi ringrazio di cuore.. per NON avermi fatto sentire a casa!

Un abbraccio e ricordiamoci a vicenda nella preghiera.

P.S. Il parmigiano e i dolci stanno andando a ruba.

Il giorno libero

Una volta, a un mio amico sacerdote, capitò un fatto. Gli si presentò una parrocchiana con l’intenzione di confessarsi, ma, una volta rimasti soli e senza troppi giri di parole, la donna rivelò invece di essere andata da lui con l’intenzione di sedurlo. Il prete, passato il primo momento di sorpresa, notò che la signora portava una fede al dito; e le chiese se quello che gli stava proponendo non le sembrasse, oltre che una mancanza di rispetto verso il suo abito, anche un grave tradimento nei confronti del marito. La donna si difese piccata, dicendo che lei suo marito lo amava e lo rispettava; e avendo capito di essere stata respinta, prima di andarsene giocò comunque un’ultima carta, anche per giustificare la legittimità della sua “proposta” :
“Insomma, io lavoro e mi faccio un mazzo così tutta la settimana… avrò il diritto di fare quello che voglio… in fondo… oggi è anche il mio giorno libero!!”
Ora, non ricordo di preciso se furono queste le parole con cui Maggie Cleary fece capitolare Padre Ralph in Uccelli di Rovo, ma penso di no, anche perché il sacerdote in questione non cambiò idea. Ma, battute a parte, secondo me quest’episodio e le parole della signora ce la dicono lunga su come la nostra epoca viva in maniera nevrotica il cosiddetto “tempo libero”. Mi pare di aver letto da qualche parte che una volta era la necessità, piuttosto che la realizzazione personale, a determinare gli stili di vita. Per cui il tempo libero o non esisteva, oppure era relegato alle ore notturne del sonno, finite le quali fra il lavoro nei campi, quello domestico o altro, di tempo cosiddetto “libero” a disposizione ne restava davvero poco. E probabilmente le cose non sono poi così cambiate, al giorno d’oggi: la vita è frenetica, si esce di casa sempre più presto al mattino e si rientra sempre più tardi la sera. E una volta che si è rientrati c’è la famiglia, le faccende in sospeso, le piccole magagne quotidiane. Avercelo, il tempo libero, direbbe qualcuno. Sono d’accordo.
Vorrei però fare lo stesso qualche considerazione. Una volta, e nemmeno troppi anni fa, il giorno libero c’era, ed era lo stesso quasi per tutti, ovvero la domenica. Il giorno in cui, per obbligo o per piacere, si santificavano le feste. Un giorno che si passava in famiglia, o andando a trovare, con tutta la famiglia, un parente o un amico. Magari sto facendo un elogio un po’ rétrò dei tempi andati. Ma non posso fare a meno di notare che non esistono più supermercati chiusi alla domenica, cosa che mi mette molta tristezza per chi ci lavora. La domenica in se stessa, come giorno festivo da santificare, sta scomparendo, sostituita dall’ormai diffuso concetto di “weekend”. Allo stesso modo i calendari stanno diventando sempre maggiormente “feriali”, perdendo feste religiose di secolare tradizione a favore di più laiche, democratiche e politicamente corrette Giornate mondiali (dell’acqua, del gatto, del libro, del bacio, ce n’è per tutti ) … e per favore non ricominciamo con la solita solfa che le Giornate Mondiali le ha inventate la Chiesa, non credo che la Chiesa pensasse, quando le ha “inventate”, alla Giornata mondiale della Tartaruga, delle Zone Umide o della Maglia in Pubblico (e perché poi non quella della Maglia in Privato, fra l’altro?). Senza contare la difficoltà, all’atto pratico, di celebrare una Giornata Mondiale come quella dell’Orgasmo Collettivo Sincronizzato (esiste anche quella, non ci credevo ma esiste).
Comunque il riposo è un sacrosanto diritto, e non perché lo dico io. Anche il Padreterno, alla fine di quel lavoretto che fu la Creazione, decise di riposarsi, e lo fece per tutta una giornata (mio fratello sostiene che andò allo stadio a vedere la prima di campionato, ma mi sembra una visione alquanto maschilista del settimo giorno). Allora il punto potrebbe essere questo: che cosa intendiamo per libertà?
Sant’Agostino diceva che l’unica vera libertà è scegliere il bene, per cui il tempo veramente libero potrebbe essere quello dove si fa il bene (agli altri o anche a se stessi, accettando che ogni tanto si può e si deve staccare la spina perché, come ha detto qualcuno una volta: “Dio esiste e non sei tu, perciò rilassati”). Certo, spesso è sottile la linea che separa l’esercizio del legittimo diritto al riposo dall’egoistica rivendicazione di spazi di tempo da tenersi per sé, spazi che inevitabilmente sottraiamo agli altri (e ammetto che la frase più gentile che rivolgo ai miei figli al momento della pennichella pomeridiana è una cosa del genere: alzatevi subito dal divano e per mezz’ora tutti fuori dalle scatole). Perché siamo tutti un po’ vittime dell’inganno di cui parla C.S. Lewis nelle Lettere di Berlicche, ossia che il tempo sia roba nostra. Ci sentiamo legittimi possessori di ventiquattro ore, per citare ancora Lewis. Il quale, al diavolo Berlicche, fa dire una grande verità, cioè che nulla riesce a far andare tanto in collera un uomo quanto il vedersi portar via, senza che se l’aspettasse, un periodo di tempo che egli faceva conto di avere a sua completa disposizione. Il senso del possesso, continua Berlicche istruendo l’allievo diavolo Malacoda, deve essere in generale incoraggiato. Specialmente, aggiungerei io, su una cosa così poco nostra come il tempo.
Ecco perché, allora, si può essere tentati di cadere nell’errore interpretativo – chiamiamolo così – del concetto di “giorno libero” in cui è caduta la signora di cui ho parlato all’inizio. Perché se il tempo è una mia proprietà e la libertà è qualcosa di diverso dal bene, allora davvero posso fare “quello che voglio”, quando mi ritaglio uno spazio fra i miei doveri. Anche se quello che voglio può essere un male oggettivo.
Comunque, giusto per chiosare, credo che la conclusione spetti in questo caso al mio amico sacerdote, il quale congedò la sua parrocchiana dicendo: “Mi dispiace, cara sorella, ma devi andartene: il mio Principale di giorni liberi non ne dà mai.”

Sono fuori dal tunnel

Perdono, perdono e ancora perdono: ai due milioni e mezzo di frequentatori giornalieri del mio blog (va bene, sto contando anche i visitatori immaginari) posso solo dire che mi scuso per non aver più pubblicato nulla negli ultimi 5 mesi… e addurre un paio di giustificazioni a motivo di ciò:

  1. Dallo scorso giugno, e precisamente dalla data della semifinale Italia-Germania, sono diventata mamma per la terza volta (e no, non è nato durante la partita, amore di papà…). Il nuovo arrivo, che a onor del vero vanta un sonno notturno di tutto rispetto, mi ha però comprensibilmente assorbito tempo, energie e una buona dose di dignità (è il primo maschio dopo due femmine, non voglio fare discriminazioni di genere ma l’ometto mi ha completamente rincretinita).
  2. Fedele al motto che ho ormai fatto mio “uno scrittore è uno che scrive perché ha qualcosa da dire, altrimenti è solo un tizio che scrive per dire qualcosa”, ho preferito non ammorbare nessuno con considerazioni più o meno utili ispirate al mio vissuto quotidiano… anche perché le domande più intelligenti che mi sono fatta nell’ultimo periodo sono state:
  • perché la pupù liquida dei neonati dopo qualche mese si trasforma in quella specie di blob colerico che maleodora a seconda del gusto di omogeneizzati che mangia il bambino?
  • perché sui vasetti degli omogeneizzati di cui sopra non ci scrivono i veri ingredienti? (un pollo, un agnello e un coniglio non possono puzzare in quel modo… metteteci “carcassa di lepre” o “cadavere di montone”, è più verosimile)
  • perché allattando ho perso tutti quei capelli e fra un po’ sarò stempiata come mio figlio?

Ecco, considerando tutto ciò ho preferito non rendere pubblica la mia progressiva e irreversibile decadenza fisico-mentale degli ultimi mesi… ma da oggi prometto almeno che cercherò – magari anche sgraffignando da altri – di pubblicare di più, di meglio, e un po’ più spesso. Cominciando da oggi: Il primo social network

Cotto e avanzato

Lo confesso: la ammiro talmente tanto che l’altra notte l’ho perfino sognata. Era lì nella sua cucina, quella dove ha cominciato col primo programma di ricette, mi guardava da dietro una quiche lorraine col suo sorriso disarmante e sembrava dicesse: “Dai… non è mica difficile… puoi farla anche tu!”

In effetti, a rifletterci bene, non sarebbe difficile. Imbastire un pranzo o una cena semi decente dovrebbe essere pane quotidiano per una fan di Benedetta Parodi, eppure a me non riesce, ormai ci ho rinunciato: la cucina non fa per me. Questa doverosa presa di coscienza arriva dopo una lunga serie di fallimenti gastronomici, comprovati dal frequente desiderio di digiuno dei miei commensali abituali. E tralascio qui i dettagli dei miei svariati insuccessi, soltanto mi chiedo: dove sto sbagliando?

Perché, tanto per citare la Parodi che ormai ho tirato in ballo, lo dicono tutti che il segreto del suo successo sta nella semplicità dei piatti che propone, realizzabili anche da chi non bazzica spesso tra i fornelli. Fra l’altro il motivo per cui la simpatica Benedetta è apprezzata da molti, è lo stesso per cui viene criticata da alcuni: per gli esperti di arte culinaria, ad esempio, proporre ricette con ingredienti surgelati come a volte fa lei è totalmente inconcepibile, una vera bestemmia (che poi, dico io, sono prodotti surgelati, mica è la sabbietta del gatto…). In ogni caso a me non riesce proprio cucinare, e ormai mi sono convinta che non è il caso di insistere. Continuerò la mia relazione extraconiugale col gestore della pizzeria da asporto sotto casa, perché l’immagine di me che spignatto è molto lontana da quella vincente di chi può dire: “E voilà! Cotto e mangiato!” Direi invece che si avvicina parecchio a quella di Costanza Miriano che nel suo libro “Sposati e sii sottomessa” ha confessato di scongelare le fettine all’ultimo minuto mettendosele sotto le ascelle (per la cronaca: non credo lo abbia mai fatto, ma resto a disposizione per eventuali smentite… comunque è sempre un’alternativa all’uso eccessivo del microonde). E per quanto dia ragione alla mamma della Parodi, che commentando il successo della figlia ha detto: “Ha trovato l’uovo di Colombo, ricette semplici e veloci”, continuo però a constatare la mia incapacità anche con questo tipo di ricette (fra l’altro poi mi chiedo: ma come accidenti si cucinerà ‘sto benedetto uovo di Colombo?).

Lo so, lo so, non dovrei avere questo atteggiamento rinunciatario e anche un po’ piagnucoloso. Se mi sentisse mia nonna penso che mi darebbe due borsettate in testa con la sua pochette di finto coccodrillo intimandomi di tornare in cucina, piuttosto che starmene davanti al computer a scrivere. Quando andavo a scuola era lei che preparava il pranzo a tutti e 5 i nipoti, perché figlie e generi lavoravano e le competeva il pasto di mezzogiorno. Ma la cosa non sembrava pesarle, si era organizzata una sorta di menù fisso che il lunedì, ad esempio, prevedeva il minestrone, quello alla ligure. Lo faceva seguendo l’antica ricetta dove pesto e croste di formaggio erano di rigore, e lo cuoceva secondo la regola “che quandu ti ghe cianti ù chiggiaa, u reste drittu” (tradotto dal genovese: che quando ci pianti il cucchiaio dentro, resta dritto). A me non è che piacesse molto, forse perché all’epoca il mio palato di bambina snobbava quel tripudio di cavoli e fagioli. Ma ancora oggi, quando penso a mia nonna, la associo al suo minestrone e penso all’amore con cui lo faceva, ritrovandomi a chiedermi se non sia più importante metterci un pizzico in più di quell’amore, quando cucino per marito e figlie, piuttosto che fissarmi su dosi e tempi di cottura (per quanto questi ultimi, dopo un mio recente scontro con una famiglia di ossibuchi, non mi sembrino del tutto irrilevanti).

Ecco, mi rendo conto che, a conti fatti, non è che mi sia elevata a grandi altezze di pensiero con questo post. Probabilmente non ho neanche offerto significativi spunti di riflessione. Cercherò di salvarmi in corner citando Santa Teresa d’Avila, la quale sosteneva che “tra le pentole va Dio” : come a dire che il cristiano, per incontrarsi veramente col Mistero, deve saper coniugare l’ascetismo con la “bassezza” del quotidiano, che è fatto anche di mestoli e pignatte; e che non c’è nulla, della nostra umanità, in cui Egli non si degni di abitare. Nemmeno – incredibile se ci penso ma se l’ha detto Santa Teresa probabilmente c’è da fidarsi – nella mia sgangherata cucina.

Nell’attesa di vedere se funziona la preghiera della Massaia che ho scoperto pochi giorni fa, sfrutto impunemente ancora due minuti della Vostra attenzione, lanciando una proposta: se c’è qualcuno che, leggendo questo post, può farmi sentire la sua personale solidarietà, lo invito a fare coraggiosamente outing scrivendo un qualunque commento riguardante i propri esperimenti gastronomici malriusciti, perseguendo l’importantissimo scopo umanitario di tirarmi su il morale. L’adesione a questa proposta potrebbe poi, in seconda battuta, tradursi nel primo antiricettario mai scritto: una sorta di elenco con tutti gli errori da non farsi in cucina, che si potrebbe intitolare Cotto e avanzato in una prima versione “classica”, da riproporre eventualmente in diverse varianti (da quella trash Cotto e buttato a quella pulp Cotto e sputato, riservata a stomaci forti). Naturalmente sono pronta a metterci il primo contributo tratto da una delle mie personali esperienze, che inserisco volentieri a conclusione di questo articolo:
Sotto le feste: se avete in casa uno o più bambini dai 2 ai 4 anni che si divertono a giocare con gli addobbi natalizi, niente paura se sentite il ripieno delle lasagne un po’ duro: probabilmente vi state mangiando una pecorella del presepe.”

Alla prossima!

Matrimonio veloce e low cost? Sì che si può fare!

Due premesse, entrambe necessarie: la prima è che chi scrive è nata e vive in provincia di Genova, ragion per cui ha una certa sensibilità sull’argomento soldi. La seconda: dopo essere rimasta vedova piuttosto giovane e con due figlie, si è innamorata di nuovo, e di qualcuno così squilibrato da essere disposto a vivere in una casa con tre donne; ignorando però quanto sarebbe durata l’infermità mentale del futuro marito, la promessa sposa ha dovuto stringere al massimo i tempi dei preparativi nuziali (non si sa mai, un improvviso rinsavimento…). Ecco perché, in materia di matrimonio veloce e low cost, si considera un’autorità competente.

Ora, c’è da dire che sul tema ci sono già un sacco di siti Internet interessanti e pieni di belle idee (alcune un po’ estreme, per i miei gusti: eviterei l’esempio della coppia inglese che si è sposata in tenuta adamitica per risparmiare sugli abiti). Insomma, pare proprio che organizzare un matrimonio presto e bene sia alla portata di tutti, anche quando non si può spendere una fortuna o si è smarrito il telefono di Enzo Miccio. Eppure non è raro sentire da molte coppie di fidanzati: “Sì, ci sposeremmo anche domani, ma i soldi…” oppure: “Sì, finalmente abbiamo fissato” … e poi ti sparano una data da film di fantascienza tipo il millennio successivo “perché così abbiamo tempo di fare bene i preparativi…” Mah. A me ci sono voluti poco più di due mesi, e non sono una che brilla per capacità organizzative.

Personalmente, posso dire di aver contenuto i costi soprattutto grazie agli amici. Ne hai qualcuno che è appassionato o si intende di fotografia? Se non pretendi Oliviero Toscani e l’amico è disponibile a farti il servizio fotografico, lui si sarà risolto il problema del regalo, e tu quello del fotografo. Idem dicasi per il filmino. Stesso discorso (ma qui, me ne rendo conto, è più raro avere amici fra gli esperti del settore) per le bomboniere. Mi ha aiutato una santa ragazza (sempre sia lodata) che in passato gestiva una confetteria, dandomi un bel po’ di dritte sui costi dei materiali e su come farsi i sacchettini artigianalmente, a casa. Poi ci ha messo anche la sua manodopera, che è stata fondamentale (in una sera aveva fatto il triplo di sacchetti rispetto a me, che annodavo nastrini e tulle con la grazia di Edward Mani di forbice). Comunque a far lievitare i costi di un matrimonio sono soprattutto due cose: una è il rinfresco. L’altra, specialmente per la sposa, è l’abito.

Per quanto riguarda la prima cosa posso confermare l’esperienza di molte coppie di amici, che chiedendo preventivi in giro per ristoranti e trattorie si lasciavano sfuggire incautamente la parola “matrimonio”. E’ un termine da evitare assolutamente  perché, per qualche motivo che sfugge alla mia comprensione, fa lievitare il costo delle materie prime almeno del 20%. Piuttosto consiglierei di fare proprio il motto evangelico “astuti come serpi e semplici come colombe”, chiedendo candidamente al ristoratore: “Scusi, Lei cosa ci darebbe per questa cifra?” (quella che si può sborsare) ed eventualmente, una volta concordato prezzo e pietanze, far presente che si festeggia un matrimonio. Perché, diciamo la verità, non mi vengano a raccontare che è una questione di immagine del locale, della serie: “se è per un matrimonio dobbiamo saperlo prima, bisogna fare le cose in un certo modo…”  Ma perché, scusi, a tutti gli altri clienti che non vengono per un matrimonio sputate per caso nel piatto?

Infine, il vestito. Capisco benissimo che comprare il proprio abito da sposa su Internet, pagandolo in anticipo e senza la possibilità di vederselo prima indosso, può giustamente sembrare una follia. Ma se questa follia la paghi un decimo (tasse doganali incluse) di quello che pagheresti nel più economico degli atelier da sposa, direi che vale la pena di correre il rischio. A me è andata bene, il vestito è arrivato dopo un mese dall’ordine ed era perfetto. Perciò, coppie di eterni fidanzati, rompete gli indugi: anche se un po’ di corsa e con scarpe comprate all’outlet, il grande passo si può ugualmente fare.