Chi sono

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Una volta ho letto che uno scrittore è una persona che scrive perché ha qualcosa da dire, altrimenti è solo un tizio che scrive per dire qualcosa. Dev’essere per questo motivo che ho campato tranquillamente fino a 31 anni senza mai avvertire il bisogno sfrenato di darmi alla letteratura; essendo fra l’altro ligure, il risparmiare carta e inchiostro nella coscienza di non avere alcuna storia da raccontare mi è sempre sembrata una scelta quanto mai ovvia (si sa che noi liguri diamo un certo valore alla parola “risparmio”). Poi, per la disgrazia di chi mi vive accanto, quella storia (vera) da raccontare è arrivata. L’ho intitolata “La buona battaglia”, nella speranza che San Paolo non mi chieda mai i diritti d’autore sul titolo. E di tutto quello che dirò da adesso con l’unico scopo di farmi pubblicità e di spingervi a comprare il mio libro, posso assicuravi che almeno una cosa è vera: è stato impossibile non scriverlo.
Mi rendo perfettamente conto che non aver dato alla luce questo libro forse non sarebbe stata una perdita per l’umanità. Ma probabilmente lo sarebbe stata per due sue rappresentanti che rispondono al nome di Anna e Rachele, le figlie del protagonista maschile (e dell’autrice della storia, vabbè, dai diciamolo: alla fine ho ceduto alla tentazione del romanzo autobiografico). Perché Anna e Rachele, senza “La buona battaglia”, forse non avrebbero mai saputo davvero chi era il loro papà; quali erano i suoi gusti, le sue passioni, i suoi difetti, perché diceva sempre che tutti gli ingegneri sono degli emeriti imbecilli pur essendo anche lui uno di loro; e soprattutto come avesse potuto, a 33 anni, morire di tumore senza maledire Dio, la vita o il destino infausto, ma riuscendo sempre, e nonostante tutto, a guardare oltre: a quella Speranza che non delude – quella di cui tutti, credenti e non credenti, abbiamo bisogno – non sottraendosi a quella “buona battaglia” della fede che dà sale alla vita, anche quando questa sembra farsi matrigna.
Bè, perdonatemi se la mia presentazione vi risulterà più che altro un messaggio promozionale per il libro sconosciuto di un’esordiente sconosciuta. Ma, vedendo quanto ho amato scrivere questa storia, mi è venuto da chiedermi se, per caso, qualcuno prima o poi non avrebbe amato leggerla. Magari mi sono sbagliata. O magari no.