Cotto e avanzato

Lo confesso: la ammiro talmente tanto che l’altra notte l’ho perfino sognata. Era lì nella sua cucina, quella dove ha cominciato col primo programma di ricette, mi guardava da dietro una quiche lorraine col suo sorriso disarmante e sembrava dicesse: “Dai… non è mica difficile… puoi farla anche tu!”

In effetti, a rifletterci bene, non sarebbe difficile. Imbastire un pranzo o una cena semi decente dovrebbe essere pane quotidiano per una fan di Benedetta Parodi, eppure a me non riesce, ormai ci ho rinunciato: la cucina non fa per me. Questa doverosa presa di coscienza arriva dopo una lunga serie di fallimenti gastronomici, comprovati dal frequente desiderio di digiuno dei miei commensali abituali. E tralascio qui i dettagli dei miei svariati insuccessi, soltanto mi chiedo: dove sto sbagliando?

Perché, tanto per citare la Parodi che ormai ho tirato in ballo, lo dicono tutti che il segreto del suo successo sta nella semplicità dei piatti che propone, realizzabili anche da chi non bazzica spesso tra i fornelli. Fra l’altro il motivo per cui la simpatica Benedetta è apprezzata da molti, è lo stesso per cui viene criticata da alcuni: per gli esperti di arte culinaria, ad esempio, proporre ricette con ingredienti surgelati come a volte fa lei è totalmente inconcepibile, una vera bestemmia (che poi, dico io, sono prodotti surgelati, mica è la sabbietta del gatto…). In ogni caso a me non riesce proprio cucinare, e ormai mi sono convinta che non è il caso di insistere. Continuerò la mia relazione extraconiugale col gestore della pizzeria da asporto sotto casa, perché l’immagine di me che spignatto è molto lontana da quella vincente di chi può dire: “E voilà! Cotto e mangiato!” Direi invece che si avvicina parecchio a quella di Costanza Miriano che nel suo libro “Sposati e sii sottomessa” ha confessato di scongelare le fettine all’ultimo minuto mettendosele sotto le ascelle (per la cronaca: non credo lo abbia mai fatto, ma resto a disposizione per eventuali smentite… comunque è sempre un’alternativa all’uso eccessivo del microonde). E per quanto dia ragione alla mamma della Parodi, che commentando il successo della figlia ha detto: “Ha trovato l’uovo di Colombo, ricette semplici e veloci”, continuo però a constatare la mia incapacità anche con questo tipo di ricette (fra l’altro poi mi chiedo: ma come accidenti si cucinerà ‘sto benedetto uovo di Colombo?).

Lo so, lo so, non dovrei avere questo atteggiamento rinunciatario e anche un po’ piagnucoloso. Se mi sentisse mia nonna penso che mi darebbe due borsettate in testa con la sua pochette di finto coccodrillo intimandomi di tornare in cucina, piuttosto che starmene davanti al computer a scrivere. Quando andavo a scuola era lei che preparava il pranzo a tutti e 5 i nipoti, perché figlie e generi lavoravano e le competeva il pasto di mezzogiorno. Ma la cosa non sembrava pesarle, si era organizzata una sorta di menù fisso che il lunedì, ad esempio, prevedeva il minestrone, quello alla ligure. Lo faceva seguendo l’antica ricetta dove pesto e croste di formaggio erano di rigore, e lo cuoceva secondo la regola “che quandu ti ghe cianti ù chiggiaa, u reste drittu” (tradotto dal genovese: che quando ci pianti il cucchiaio dentro, resta dritto). A me non è che piacesse molto, forse perché all’epoca il mio palato di bambina snobbava quel tripudio di cavoli e fagioli. Ma ancora oggi, quando penso a mia nonna, la associo al suo minestrone e penso all’amore con cui lo faceva, ritrovandomi a chiedermi se non sia più importante metterci un pizzico in più di quell’amore, quando cucino per marito e figlie, piuttosto che fissarmi su dosi e tempi di cottura (per quanto questi ultimi, dopo un mio recente scontro con una famiglia di ossibuchi, non mi sembrino del tutto irrilevanti).

Ecco, mi rendo conto che, a conti fatti, non è che mi sia elevata a grandi altezze di pensiero con questo post. Probabilmente non ho neanche offerto significativi spunti di riflessione. Cercherò di salvarmi in corner citando Santa Teresa d’Avila, la quale sosteneva che “tra le pentole va Dio” : come a dire che il cristiano, per incontrarsi veramente col Mistero, deve saper coniugare l’ascetismo con la “bassezza” del quotidiano, che è fatto anche di mestoli e pignatte; e che non c’è nulla, della nostra umanità, in cui Egli non si degni di abitare. Nemmeno – incredibile se ci penso ma se l’ha detto Santa Teresa probabilmente c’è da fidarsi – nella mia sgangherata cucina.

Nell’attesa di vedere se funziona la preghiera della Massaia che ho scoperto pochi giorni fa, sfrutto impunemente ancora due minuti della Vostra attenzione, lanciando una proposta: se c’è qualcuno che, leggendo questo post, può farmi sentire la sua personale solidarietà, lo invito a fare coraggiosamente outing scrivendo un qualunque commento riguardante i propri esperimenti gastronomici malriusciti, perseguendo l’importantissimo scopo umanitario di tirarmi su il morale. L’adesione a questa proposta potrebbe poi, in seconda battuta, tradursi nel primo antiricettario mai scritto: una sorta di elenco con tutti gli errori da non farsi in cucina, che si potrebbe intitolare Cotto e avanzato in una prima versione “classica”, da riproporre eventualmente in diverse varianti (da quella trash Cotto e buttato a quella pulp Cotto e sputato, riservata a stomaci forti). Naturalmente sono pronta a metterci il primo contributo tratto da una delle mie personali esperienze, che inserisco volentieri a conclusione di questo articolo:
Sotto le feste: se avete in casa uno o più bambini dai 2 ai 4 anni che si divertono a giocare con gli addobbi natalizi, niente paura se sentite il ripieno delle lasagne un po’ duro: probabilmente vi state mangiando una pecorella del presepe.”

Alla prossima!

5 pensieri su “Cotto e avanzato

  1. Se ti puo’ tirare su di morale… io sono riuscita a dar quasi fuoco al microonde per scaldare il pane… quando mio marito è rientrato ha sentito solo la puzza e ha detto ” li hai chiamati in tempo i pompieri?” Meno male che il Signore mi ha affiancata ad un marito che cucina benissimo altrimenti chissà che fine avrei fatto ;) ))

  2. Susi sei fantastica mi hai tirato su il morale, facendomi ridere. Se ti può consolare in casa nostra abbonda il “cotto e avanzato”, “cotto e sputato”, “cotto e pattumato” ecc. a dire il vero a volte non so neanche se si possa dire cotto! Una volta mia figlia mi ha detto: “buono mamma! non sa di niente”. Fai un po’ tu.
    ciao

  3. Non so se questo ti possa far sentire un po’ di solidarietà ma forse sì: pochi giorni fa, mia figlia, guardando sdegnata il piatto nel quale avevo servito uno dei miei numerosi esperimenti culinari, ha recitato serissimamente la preghiera del pranzo ‘Gesù, ti ringraziamo per questo cibo MA dallo ai bambini che non ne hanno!’

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