Il giorno libero

Una volta, a un mio amico sacerdote, capitò un fatto. Gli si presentò una parrocchiana con l’intenzione di confessarsi, ma, una volta rimasti soli e senza troppi giri di parole, la donna rivelò invece di essere andata da lui con l’intenzione di sedurlo. Il prete, passato il primo momento di sorpresa, notò che la signora portava una fede al dito; e le chiese se quello che gli stava proponendo non le sembrasse, oltre che una mancanza di rispetto verso il suo abito, anche un grave tradimento nei confronti del marito. La donna si difese piccata, dicendo che lei suo marito lo amava e lo rispettava; e avendo capito di essere stata respinta, prima di andarsene giocò comunque un’ultima carta, anche per giustificare la legittimità della sua “proposta” :
“Insomma, io lavoro e mi faccio un mazzo così tutta la settimana… avrò il diritto di fare quello che voglio… in fondo… oggi è anche il mio giorno libero!!”
Ora, non ricordo di preciso se furono queste le parole con cui Maggie Cleary fece capitolare Padre Ralph in Uccelli di Rovo, ma penso di no, anche perché il sacerdote in questione non cambiò idea. Ma, battute a parte, secondo me quest’episodio e le parole della signora ce la dicono lunga su come la nostra epoca viva in maniera nevrotica il cosiddetto “tempo libero”. Mi pare di aver letto da qualche parte che una volta era la necessità, piuttosto che la realizzazione personale, a determinare gli stili di vita. Per cui il tempo libero o non esisteva, oppure era relegato alle ore notturne del sonno, finite le quali fra il lavoro nei campi, quello domestico o altro, di tempo cosiddetto “libero” a disposizione ne restava davvero poco. E probabilmente le cose non sono poi così cambiate, al giorno d’oggi: la vita è frenetica, si esce di casa sempre più presto al mattino e si rientra sempre più tardi la sera. E una volta che si è rientrati c’è la famiglia, le faccende in sospeso, le piccole magagne quotidiane. Avercelo, il tempo libero, direbbe qualcuno. Sono d’accordo.
Vorrei però fare lo stesso qualche considerazione. Una volta, e nemmeno troppi anni fa, il giorno libero c’era, ed era lo stesso quasi per tutti, ovvero la domenica. Il giorno in cui, per obbligo o per piacere, si santificavano le feste. Un giorno che si passava in famiglia, o andando a trovare, con tutta la famiglia, un parente o un amico. Magari sto facendo un elogio un po’ rétrò dei tempi andati. Ma non posso fare a meno di notare che non esistono più supermercati chiusi alla domenica, cosa che mi mette molta tristezza per chi ci lavora. La domenica in se stessa, come giorno festivo da santificare, sta scomparendo, sostituita dall’ormai diffuso concetto di “weekend”. Allo stesso modo i calendari stanno diventando sempre maggiormente “feriali”, perdendo feste religiose di secolare tradizione a favore di più laiche, democratiche e politicamente corrette Giornate mondiali (dell’acqua, del gatto, del libro, del bacio, ce n’è per tutti ) … e per favore non ricominciamo con la solita solfa che le Giornate Mondiali le ha inventate la Chiesa, non credo che la Chiesa pensasse, quando le ha “inventate”, alla Giornata mondiale della Tartaruga, delle Zone Umide o della Maglia in Pubblico (e perché poi non quella della Maglia in Privato, fra l’altro?). Senza contare la difficoltà, all’atto pratico, di celebrare una Giornata Mondiale come quella dell’Orgasmo Collettivo Sincronizzato (esiste anche quella, non ci credevo ma esiste).
Comunque il riposo è un sacrosanto diritto, e non perché lo dico io. Anche il Padreterno, alla fine di quel lavoretto che fu la Creazione, decise di riposarsi, e lo fece per tutta una giornata (mio fratello sostiene che andò allo stadio a vedere la prima di campionato, ma mi sembra una visione alquanto maschilista del settimo giorno). Allora il punto potrebbe essere questo: che cosa intendiamo per libertà?
Sant’Agostino diceva che l’unica vera libertà è scegliere il bene, per cui il tempo veramente libero potrebbe essere quello dove si fa il bene (agli altri o anche a se stessi, accettando che ogni tanto si può e si deve staccare la spina perché, come ha detto qualcuno una volta: “Dio esiste e non sei tu, perciò rilassati”). Certo, spesso è sottile la linea che separa l’esercizio del legittimo diritto al riposo dall’egoistica rivendicazione di spazi di tempo da tenersi per sé, spazi che inevitabilmente sottraiamo agli altri (e ammetto che la frase più gentile che rivolgo ai miei figli al momento della pennichella pomeridiana è una cosa del genere: alzatevi subito dal divano e per mezz’ora tutti fuori dalle scatole). Perché siamo tutti un po’ vittime dell’inganno di cui parla C.S. Lewis nelle Lettere di Berlicche, ossia che il tempo sia roba nostra. Ci sentiamo legittimi possessori di ventiquattro ore, per citare ancora Lewis. Il quale, al diavolo Berlicche, fa dire una grande verità, cioè che nulla riesce a far andare tanto in collera un uomo quanto il vedersi portar via, senza che se l’aspettasse, un periodo di tempo che egli faceva conto di avere a sua completa disposizione. Il senso del possesso, continua Berlicche istruendo l’allievo diavolo Malacoda, deve essere in generale incoraggiato. Specialmente, aggiungerei io, su una cosa così poco nostra come il tempo.
Ecco perché, allora, si può essere tentati di cadere nell’errore interpretativo – chiamiamolo così – del concetto di “giorno libero” in cui è caduta la signora di cui ho parlato all’inizio. Perché se il tempo è una mia proprietà e la libertà è qualcosa di diverso dal bene, allora davvero posso fare “quello che voglio”, quando mi ritaglio uno spazio fra i miei doveri. Anche se quello che voglio può essere un male oggettivo.
Comunque, giusto per chiosare, credo che la conclusione spetti in questo caso al mio amico sacerdote, il quale congedò la sua parrocchiana dicendo: “Mi dispiace, cara sorella, ma devi andartene: il mio Principale di giorni liberi non ne dà mai.”

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